TEATRO DAL VERME
La stagione
 

PADRE CICOGNA



Racconto sinfonico per quattro voci, voce recitante e orchestra

In scena nel giorno della nascita di Eduardo De Filippo

 

PROGRAMMA

Eduardo scrive il poemetto Padre Cicogna nel 1969 e conclude con esso una sorta di trilogia intitolata a tre strampalati personaggi: Vincenzo De Pretore, un ladruncolo figlio di n.n. che elegge San Giuseppe a proprio padre putativo; Baccalà, un piccolo clown di quartiere, che tutti prendono in giro e che si impicca quando comprende che la sua figura “è passata di moda”; e infine,  circa vent’anni dopo, Padre Cicogna.

 

Padre Cicogna,  più delle altre composizioni, si caratterizza per la mancanza di indulgenza verso un microcosmo sempre più meschino, giudicante, ipocrita e cattivo. Da ricordare che il  1969, fra mobilitazioni e ipocrisie, vede la tragedia della guerra del Vietnam e del Biafra mentre in Italia si combattono battaglie per i diritti civili, quella per il divorzio, per esempio, e ci si interroga sul diritto dei preti al matrimonio. Questo ambiente ispira probabilmente Eduardo che intesse Padre Cicogna sul tema della presunta indissolubilità dei legami, del rifiuto da parte delle istituzioni, di accettare il cambiamento nella storia personale di un individuo. Padre Cicogna lascia i voti, torna a essere Emanuele Palumbo e sposa Catarina. Promette a Dio di mettere al mondo tre figli maschi ai quali dare i nomi dei Re Magi per intonare tutti insieme , la sera di Natale, Tu scendi dalle stelle. Non riuscirà a mantenere la sua promessa, i suoi bambini muoiono uno dopo l’altro e il vicolo, la comunità intorno, comincia a negargli finanche la propria solidarietà. Maldicenza e superstizione prevalgono sulla pietà umana. «’O viento se cagnaie», «Il vento cambiò», dice la didascalia, e da quel momento il «No» del vicolo è definitivo: spalle girate, «Manco nu “schiatta”, niente». Emanuele e Catarina restano soli, a seppellire, uno dopo l’altro, i loro piccoli Magi e quando passano, nessuno si volta, porte e finestre si chiudono, «pè nun vedé…». (Antonella Ottai e Paola Quarenghi).

 

Cumme fernette?

E che ve saccio addicere…

’A ggente è assaie,

’o munno è chin’ ’e ggente.

Song’a migliar’ ’e fatte ca succedeno.

Chistu fatto è succieso…

E s’è mmiscato

mmiezz’a tant’ati fatte ca succedeno

e va t’ ’o pesca:

’o munno è chino ’e ggente

 

“L’idea, il desiderio di mettere in musica “Padre Cicogna” risale a più di venti anni fa, praticamente alla prima volta che l’ho letto, rimanendone profondamente sedotto(…). Provare a musicare un poema di Eduardo comporta, come s’immagina, una forte responsabilità e anche – fatemelo dire - un po’ di paura. Ho scritto melodie, temi e ritmi fra i versi di Padre Cicogna con l’attenzione chirurgica che avrei nel danzare in una sala piena di cristalleria preziosa, con il continuo timore di fare un passo falso e rompere un bicchiere. La voce recitante narra la storia “Padre Cicogna”. Quattro voci cantanti – due maschili e due femminili – contrappunteranno gli accadimenti con versi della tradizione popolare natalizia napoletana, versi della antica liturgia in latino e versi dello stesso Eduardo. Intervengono come un piccolo coro che dà voce al quartiere dove va ad abitare Cicogna, alias Emanuele. Accompagnerà, scandirà e commenterà il racconto, un’orchestra di carattere parzialmente sinfonico e parzialmente – diciamo così – etnico, pop... Non mi viene un aggettivo migliore: per intenderci chitarra, mandolino, batteria, flauto dolce, più o meno. Ringrazio Luca De Filippo per avermi dato la fiducia e l’incoraggiamento ad affrontare “Padre Cicogna”, consentendomi di metterci mano, cuore e, soprattutto matita e pentagrammi”. (Nicola Piovani)

 

 

 



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