TEATRO DAL VERME
La stagione
Musica da Camera 

Le domeniche dei Pomeriggi - III Edizione - 2018



Il concerto barocco
Direttore e cembalo: Riccardo Doni
Ensemble d'archi dei Pomeriggi Musicali

PROGRAMMA

Arcangelo Corelli
Concerto Grosso n. 4 in re maggiore op. 6

Adagio - Allegro - Adagio - Vivace - Allegro - Allegro

 

Antonio Vivaldi
Concerto in sol minore RV 156

Allegro - Adagio - Allegro

 

Georg Friedrich Händel
Ouverture da Alcina HWV 34

(Adagio) - Allegro
Concerto Grosso n. 1 in sol maggiore op. 6 HWV 319

A tempo giusto - Allegro - Adagio - Allegro - Allegro
Suite "Der beglückte Florindo" HWV 354

Menuet - Sarabande - Gavotte

 

Francesco Geminiani
Concerto Grosso n. 12 "La Follia" op. 5

 

di Andrea Cavuoto

C’è chi ascolta solo Mozart, chi solo musica per pianoforte, magari romantica, chi solo avanguardia (pochi), e chi trova ogni necessario appagamento estetico nella musica barocca. Già, ma cosa sarà poi questa musica barocca che tanto avvince un pubblico quasi settario, musicisti iperspecializzati, ensembles dedicati e studiosi mossi da un fervore quasi religioso? E ancora, com’è possibile che un solo stile ed una sola estetica si possano imporre così esclusivamente e contare su adepti di ogni età, estrazione sociale e provenienza geografica?

Ebbene, ciò avviene proprio perché non esiste una sola musica barocca, non esiste un linguaggio univoco, piuttosto la musica del Seicento e Settecento (pur massimamente europea) si compone di stili ed è il miglior esempio di musica crossover immaginabile. Già, proprio l’incrocio, l’influenza reciproca, proprio la nascita di una stampa industriale e di nuove possibilità di viaggio fanno sì che un’idea del fenomeno musicale presenti tante sfaccettature che rendono questo repertorio mai ripetitivo.

Il concerto di stamattina ne è un esempio, con tre autori italiani ed uno tedesco ma con un gioco di influenze interne molto più complesso, con riverberazioni ed assonanze che chiedono solo di essere colte e gustate come spezie.

Il violinista Arcangelo Corelli, con il suo Concerto Grosso n.4 op.6, apre i giochi ponendosi, esattamente come accadde subito dopo la sua morte, come esempio di equilibrio e di sapienza compositiva. Dodici sono i concerti contenuti nell’op.6, una raccolta pubblicata postuma ad Amsterdam nel 1714, essa stessa uno dei primi esempi di best seller musicale. Ancora di più lo furono le sue Sonate per violino op.5, che conobbero 42 edizioni in poco più di un secolo. Non facciamo facili calcoli, ancora non esisteva il diritto d’autore: le composizioni, una volta vendute ad un editore, cessavano di fare reddito per il compositore (ma non per l’editore...).

A questo punto c’è da chiedersi le ragioni di tanto successo. In fondo nel Settecento non c’era ancora l‘ossessione per la novità, anzi, vigeva un certo timore verso l’avanguardia e non vi era ancora il dualismo irriducibile tra prodotto d’arte e di consumo. Corelli osa con la perizia di chi ha intuito la direzione che prenderà il gusto del pubblico. Nell’insieme dell’orchestra d’archi individua dei solisti, un paio di violini ed un violoncello, ed organizza il discorso musicale attraverso una sorta di forma responsoriale tra solisti e massa (comunque contenuta) di archi, con un basso continuo che funge da collante e matrice del percorso armonico. Tutto diventa più brillante, il linguaggio è liricamente italiano ma conosce anche il virtuosismo strumentale (fa sempre effetto, in ogni epoca), e l’attenzione del pubblico è attratta da stimoli di una natura più varia. Ciò che conta è che l’avvicendarsi degli affetti resti la spina dorsale dello svolgimento musicale.

Sì, proprio gli affetti, la vera ossatura di un discorso musicale che, in ambito barocco, si propone come arte oratoria ma non nel senso che voleva Quintiliano. Qui si tratta di smuovere l’apparato emozionale di chi ascolta, condurlo in un viaggio di giustapposizioni e contrasti, in ordine alla creazione di una drammaturgia. Vivaldi ne fu un maestro. Seppur noto per i suoi concerti solistici (che derivò comunque dall’idea del concerto grosso), egli compose una sessantina di concerti per archi senza solisti. La forma generale è quella della sinfonia d’opera, che il veneziano Vivaldi conosce bene, ma l’assenza di solisti gli permette una libertà inusuale nella selezione e nell’ordine dei contenuti musicali. Adesso il portato armonico e melodico possono conoscere nuovi orizzonti e la conduzione generale vira verso situazioni di affetti complesse che danno appunto luogo ad architetture drammatiche pregne di significati.

Händel, il tedesco di stamattina, fu l’unico che, al pari del suo coetaneo e conterraneo Bach, riuscì ad assorbire ogni elemento stilistico con cui venne in contatto, creando un suo proprio linguaggio da declinare a seconda delle necessità espressive. Anche lui pubblica una raccolta di concerti grossi, l’op.6, ed il modello è quello di Corelli, che ben conosce grazie alla diffusione editoriale. Händel però dapprima pubblica grazie ad una sottoscrizione nel 1739 presso John Walsh ma solo due anni dopo ottiene una seconda (di molte) edizione. Intesi come lavori da eseguire inframezzati ai suoi oratori, questi concerti contengono un vero e proprio catalogo delle possibilità espressive del Settecento. Si va dall’aria d’opera (ovviamente sempre strumentale), alle sinfonie italiane, a forme più complesse come fughe e contrappunti severi, danze popolari e quant’altro. Händel, a differenza di Bach, non adotta il modello di concerto solistico di Vivaldi e allo stesso tempo si confronta con musica più che secolare come l’opera. Alcina (tratta dall’Orlando furioso di Ariosto) ne è un esempio, e ne ascoltiamo l’Ouverture, che comincia con il tipico stile solenne francese ma prosegue con virtuosismo italiano. Molto interessante è la Suite dall’opera Florindo, una delle quattro opere che compose per Amburgo, tutte perse, della quale sono sopravvissuti i tre brani in programma (ritrovati nel 2012).

Dalle tre danze di Florindo si passa ad uno degli evergreen del barocco, il tema della Follia. Geminiani non inventa niente: prende le Sonate op.5 di Corelli, già famosissime, e le trasforma in concerti grossi. Una di queste consiste in una serie di variazioni sul tema della Follia, intesa come materiale musicale (non necessariamente patologico). Il basso è di passacaglia, una danza molto in voga, ed il tema è tagliato sul metro della sarabanda, altra danza ma dall’incedere solenne e severo. Un semplice giro armonico dà luogo ad una quantità potenzialmente infinita di variazioni, vero banco di prova del compositore (e dell’arrangiatore Geminiani) che ha così la possibilità di esplicitare ogni affetto, secondo una sistematica di tipo quasi scientifico. Il risultato è un brano che tiene sempre avvinta l’attenzione dell’ascoltatore, sembra di essere in un caleidoscopio in cui la stessa immagine si presenta sotto luci sempre cangianti. Grazie all’armonia sempre ripetuta si ha l’impressione di avere i piedi saldamente in terra ma la varietà del tessuto musicale, sia come strumentazione che come scelte ritmiche e melodiche, vanifica il nostro sforzo e ci impone di volare con la fantasia. Ecco la musica veramente barocca.

 





NOTE

Galleria immagini, foto di: Alberto Panzani

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