TEATRO DAL VERME
La stagione
Musica Classica e Sinfonica 

74ª Stagione Sinfonica Orchestra I Pomeriggi Musicali Ritratti d'Autore



Direttore: Gabor Takacs-Nagy

Orchestra I Pomeriggi Musicali

PROGRAMMA

2° ritratto: Ludwig van Beethoven (1770-1827)



Ludwig van Beethoven

Gratulations-Menuet, WoO3

 

Sinfonia n. 1 op. 21 in Do Maggiore

Adagio molto - Allegro con brio

Andante cantabile con moto

Minuet: Allegro molto e vivace

Adagio - Allegro molto e vivace

 

* * *


Ludwig van Beethoven

Sinfonia n. 2 op. 36 in Re Maggiore

Adagio molto - Allegro con brio

Larghetto

Scherzo: Allegro

Allegro molto


 

Note di sala a cura di Gaia Varon

 

Beethoven aveva trent’anni quando scrisse la sua Prima Sinfonia in Do Maggiore, op. 21: alla stessa età, Mozart ne aveva scritte quarantasei, Schubert tutte quelle del suo catalogo. Non che Beethoven non fosse stato un compositore precoce: scriveva musica da quando aveva dodici anni e fra le opere che precedono la n. 21 figurano undici sonate per pianoforte, una per corno, due per violoncello, tre per violino, quattro trii con pianoforte e svariati quartetti e quintetti per archi nonché i primi due concerti per pianoforte e orchestra. Fu dunque proprio alla sinfonia che decise di dedicarsi più tardi: restano degli schizzi e dei documenti che mostrano che probabilmente cominciò a metterci le mani intorno al 1795, ma fu probabilmente quattro anni più tardi che la Sinfonia in Do Maggiore prese forma; perduto il manoscritto, l’unica data certa è quella del 2 aprile 1800, quando Beethoven diede, nella sala del Burgtheater a Vienna, la sua prima «accademia» musicale (così, in assenza ancora di istituzioni che producessero concerti pubblici, si chiamavano quelli organizzati da compositori o interpreti che se ne assumevano personalmente anche la gestione economica); il programma era eterogeneo rispetto alle attuali abitudini: una sinfonia di Mozart (non si sa quale), un’aria della Creazione di Haydn, un concerto per pianoforte e orchestra (forse l’op. 19) e poi il Settimino op. 20 di Beethoven, ancora un duetto della Creazione e, infine, la Prima Sinfonia.

 

L’op. 21 fu inizialmente dedicata a Maximilian Franz, fratello minore dell’imperatore Giuseppe II e principe elettore di Bonn, che era stato il primo datore di lavoro del giovane Beethoven e lo aveva poi aiutato a trasferirsi a Vienna con una borsa di studio; a seguito dell’invasione delle truppe napoleoniche, Maximilian era rientrato in Austria e si era stabilito nei pressi di Vienna, dove morì però poco prima che la Sinfonia n. 1 fosse pubblicata, nel 1801; Beethoven cambiò dunque la dedica che passò a Gottfried van Swieten, bibliotecario di corte, ma soprattutto profondo conoscitore e amante di musica, estimatore soprattutto di Bach e Händel che contribuì a far conoscere dapprima a Mozart, di cui era amico, e successivamente a Beethoven, di cui fu uno dei primi protettori a Vienna (era anche il librettista degli oratori di Haydn, fra cui La creazione).

 

La «Grande Symphonie», com’era indicata nella prima edizione, si muove inevitabilmente nel solco di Haydn e Mozart. Lo stile del primo è riconoscibile nell’Allegro con brio iniziale, preceduto da una breve introduzione lenta, e ancora nel Finale, esuberante, spigliato e con alcuni tocchi di malizia. Fa invece pensare a Mozart la limpidezza che caratterizza l’Andante centrale, una pagina fresca ed elegante. Il movimento in cui pare di poter già cogliere il tocco beethoveniano è il terzo, denominato Minuetto ma con già l’impeto di molti scherzi che verranno.

 

Per quanto ancora sulla scia dei due predecessori, la successiva Seconda Sinfonia, in Re Maggiore op. 36, presenta già una serie di elementi nuovi e, soprattutto, forieri del Beethoven che verrà.

Tant’è che dopo il debutto, il 5 aprile 1803, ancora in un’accademia organizzata dall’autore che includeva nel programma anche il suo oratorio Cristo sul monte degli ulivi e il Terzo concerto per pianoforte e orchestra, un commentatore decise su due piedi che «la Prima Sinfonia era migliore di questa» in cui l’autore sembrava «mirare alla novità e alla sorpresa». Beethoven stesso, in quello stesso periodo, confidò a un amico di non essere che parzialmente soddisfatto di ciò che aveva prodotto sino a quel momento e di voler «prendere una nuova strada».

Accadrà senz’altro con l’Eroica un anno più tardi, ma la Seconda è indubbiamente una tappa interessante di quel percorso.

 

I quattro movimenti hanno ciascuno un carattere proprio e ben definito. L’organico strumentale, l’impianto complessivo e in particolare quello del movimento iniziale sono quelli di Haydn, che probabilmente avrebbe capito, ma non avrebbe potuto scrivere la musica con cui Beethoven li riveste. L’introduzione lenta comprende trentatré battute di una musica potente, espansiva, già carica della gestualità drammatica che Beethoven sfrutterà intensamente nelle composizioni successive. L’Allegro con brio crepita di un’energia incisiva e inarrestabile. Il Larghetto che segue è il vero perno della sinfonia, un gioiello dall’incanto sognante, ricco di invenzione melodica e con un passo lento e respirato raro per Beethoven (che infatti, quando anni dopo lo trascrisse per pianoforte, violino e violoncello, cambiò l’indicazione dinamica aggiungendo «quasi andante», difficile sapere se perché ora lo desiderasse più spedito o perché la nozione di Larghetto si era fatta col tempo meno precisa). Per il terzo movimento, nella sua seconda sinfonia Beethoven prescrive decisamente Scherzo anziché Minuetto, un cambiamento che diventerà la norma del modello sinfonico da allora in poi. Più compatto di ogni minuetto di Haydn, è impetuosamente giocoso, con quel tanto di peso che evoca il senso drammatico che è sempre presente anche nel Beethoven più gaio. Il finale corre spinto da un’irresistibile forza motrice, con un’energia talvolta quasi maldestra e un umorismo disinibito del tutto nuovi e che furono forse fra gli elementi che fecero storcere il naso al commentatore che preferiva la Prima Sinfonia.

 

Risulta più sorprendente l’espansività gioiosa che percorre la Seconda se si pensa che fu scritta, o perlomeno completata, nell’estate del 1802 che Beethoven trascorse a Heiligenstadt nella speranza di migliorare il suo udito da tempo declinante, la stessa estate in cui comprese lucidamente che la malattia era inarrestabile e sarebbe presto diventato completamente sordo; fu lì e allora che pensò di suicidarsi e scrisse una lunga lettera ai fratelli, poi divenuta nota come «testamento di Heligenstadt». Non la spedì mai e fu ritrovata fra le sue carte dopo la sua morte, molti anni più tardi, ma è un documento toccante di un’autentica disperazione di cui sembra di trovare traccia nell’oratorio composto in quello stesso periodo: Beethoven pensava forse al proprio calvario mentre sottolineava con la sua musica la sofferenza, l’angoscia e la solitudine di Cristo. Può darsi che la Seconda Sinfonia rifletta il momento di speranza d’inizio estate; oppure che Beethoven abbia deliberatamente voluto separare l’opera dalla vita. Certamente quell’estate e questa sinfonia segnano un punto di arrivo e di svolta per Beethoven e l’op. 36 è non solo la sua ultima sinfonia giovanile, ma forse l’ultima musica del Settecento.



M° Gabor Takács-Nagy

Direttore d'orchestra

 

Gabor Takács-Nagy è nato a Budapest dove ha iniziato a studiare violino all’età di 8 anni. Ancora studente dell’Accademia Franz Liszt, riceve nel 1979 il primo premio al Concorso Jeno Hubay. Successivamente studia con Nathan Milstein. Per la musica da camera ha avuto come insegnanti Ferenc Rados, Andras Mihaly e György Kurtag.  Dal 1975 al 1992 è primo violino e fondatore del celebre Quartetto Takács, che in brevissimo tempo riceve il primo premio nei principali concorsi internazionali per quartetto d’archi: Evian nel 1977 e Londra nel 1979. Il Quartetto ha collaborato con artisti quali Sir Georg Solti, Lord Menuhin, Isaac Stern, Mistislav Rostropovich, Andras Schiff, James Galway, Paul Tortelier, Mihail Pletnev, Gidon Kremer, Joshua Bel e Miklos Perényi. Molte sono le registrazioni discografiche realizzate dal quartetto per la Decca e la Hungaroton. Nel 1982 l’artista riceve il Premio Liszt e nel 1996 fonda il Takács Piano Trio con il quale incide, per la prima volta, i lavori dei compositori ungheresi Franz Liszt e Laszlo Lajtha e l’opera completa per violino di Sandor Veress. Gábor Takács-Nagy è ritenuto oggi uno dei più autentici interpreti della musica ungherese, in particolare delle opere di Bartók e nel 2017 è stato insignito del premio Béla Bartók-Ditta Pasztory. Nel 1998 ha dato vita al quartetto Mikrokosmos con i compatrioti Miklos Pereny, Zoltan Tuska e Sandor Papp e nel 2009 la loro registrazione dei quartetti di Bartók si aggiudica il premio «Pizzicato-Excellentia». A partire dal 2002 l’artista decide di intraprendere l’attività di direttore d’orchestra e nel 2006 è Direttore Musicale delle Weinberger Kammerochester e nel 2007 ricopre lo stesso incarico per l’orchestra del Festival di Verbier, con la quale ha effettuato varie tournée in Europa e Asia. Dal 2010 al 2012 Gabor Takács è Direttore della MAV Budapest Symphony Orchestra e dal 2011 è Direttore Musicale della Camerata Manchester, una delle più rinomate orchestre inglesi. Nel 2012 è stato direttore ospite principale della Budapest Symphony Orchestra e dal 2013 al 2017 principale collaboratore artistico della Irish Chamber Orchestra.  L’interprete è ospite regolare dell’Orchestra Nazionale di Lione, della Filarmonica di Monte Carlo e di Bologna, della Detroit Symphony, dell’Orchestra de l’Opéra di Tolone, della Malaysian Philarmonic, della Calgary Philarmonic, della Bilkent Symphony, dell’orchestra di Dijon Bourgogne, dell’Orchestra da Camera di Losanna e della Franz Liszt Chamber Orchestra. Gabor Takacs si dedica anche all’insegnamento della musica da camera e in questo ruolo è altresì molto apprezzato. È attualmente Professore di Quartetto alla Haute Ecole de Musique di Ginevra. Nel Giugno 2012 è stato nominato membro onorario della Royal Academy of Music di Londra.

 

Orchestra I Pomeriggi Musicali

 

27 novembre 1945, ore 17.30: al Teatro Nuovo di Milano debutta l’Orchestra I Pomeriggi Musicali. In programma Mozart e Beethoven accostati a Stravinskij e Prokov’ev. Nell’immediato dopoguerra, nel pieno fervore della ricostruzione, l’impresario teatrale Remigio Paone e il critico musicale Ferdinando Ballo lanciano la nuova formazione con un progetto di straordinaria attualità: dare alla città un’orchestra da camera con un solido repertorio classico ed una specifica vocazione alla contemporaneità. Il successo è immediato e l’Orchestra contribuisce notevolmente alla divulgazione popolare in Italia della musica dei grandi del Novecento censurati durante la dittatura fascista: Stravinskij, Hindemith, Webern, Berg, Poulenc, Honegger, Copland, Yves, Français. I Pomeriggi Musicali avviano, inoltre, una tenace attività di commissione musicale. Per I Pomeriggi compongono infatti Casella, Dallapiccola, Ghedini, Gian Francesco Malipiero, Pizzetti. Questa scelta programmatica si consolida nel rapporto con i compositori delle leve successive: Berio, Bussotti, Luciano Chailly, Clementi, Donatoni, Hazon, Maderna, Mannino, Manzoni, Margola, Pennisi, Testi, Tutino, Panni, Fedele, Francesconi, Vacchi. Oggi I Pomeriggi Musicali contano su un vastissimo repertorio che include i capolavori del Barocco, del Classicismo e del primo Romanticismo insieme alla gran parte della musica moderna e contemporanea. Compositori come Honegger e Hindemith, Pizzetti, Dallapiccola, Petrassi e Penderecki hanno diretto la loro musica sul podio de I Pomeriggi Musicali, che diventano trampolino di lancio verso la celebrità di tanti giovani artisti. È il caso di  Claudio Abbado, Leonard Bernstein, Rudolf Buchbinder, Pierre Boulez, Michele Campanella, Giuliano Carmignola, Aldo Ceccato, Sergiu Celibidache, Riccardo Chailly, Daniele Gatti, Gianandrea Gavazzeni, Carlo Maria Giulini, Vittorio Gui, Natalia Gutman, Angela Hewitt, Leonidas Kavakos, Alexander Lonquich, Alexander Igor Markevitch, Zubin Mehta, Carl Melles, Riccardo Muti, Donato Renzetti, Hermann Scherchen, Thomas Schippers, Christian Thielemann, Salvatore Accardo, Antonio Ballista, Arturo Benedetti Michelangeli, Bruno Canino, Dino Ciani, Severino Gazzelloni, Franco Gulli, Nikita Magaloff, Nathan Milstein, Massimo Quarta, Maurizio Pollini, Corrado Rovaris e Uto Ughi. Tra i Direttori stabili dell’Orchestra, ricordiamo Nino Sanzogno, il primo, Gianluigi Gelmetti, Giampiero Taverna e Othmar Maga, per arrivare ai milanesi Daniele Gatti, Antonello Manacorda e Aldo Ceccato, direttore emerito dell’Orchestra. In alcuni casi, la direzione musicale è stata affiancata da una direzione artistica; in questa veste: Italo Gomez, Carlo Majer, Marcello Panni, Marco Tutino, Gianni Tangucci, Ivan Fedele, Massimo Collarini e, da luglio 2013, Maurizio Salerno. L’Orchestra I Pomeriggi Musicali svolge la sua attività principalmente a Milano e nelle città lombarde, mentre in autunno contribuisce alle stagioni liriche dei Teatri di Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Mantova, Pavia – all’interno del cartellone di Opera Lombardia – e alla stagione di balletto del Teatro alla Scala. Invitata nelle principali stagioni sinfoniche italiane, l’Orchestra è ospite anche delle maggiori sale da concerto europee. I Pomeriggi Musicali sono una Fondazione costituita dalla Regione Lombardia, dal Comune di Milano, dalla Provincia di Milano, e da enti privati, riconosciuta dallo Stato come istituzione concertistico-orchestrale e dalla Regione Lombardia come ente primario di produzione musicale. Sede dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali è lo storico Teatro Dal Verme, sito nel cuore di Milano.

 

 

 



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