TEATRO DAL VERME
La stagione
Musica da Camera 

Le domeniche dei Pomeriggi - III Edizione - 2018



Riletture orchestrali: l'organo
Direttore: Yusuke Kumehara
Organo: Tsuyoshi Uwaha
Viola: Laura Vignato
Orchestra I Pomeriggi Musicali

PROGRAMMA

Johann Michael Haydn
Concerto per viola, organo e orchestra

Allegro moderato
Adagio
Prestissimo


César Franck
Corale n. 2 in si minore e n. 3 in la minore per organo

trascrizioni per orchestra di Federico Gon

 

 

Nell’accezione comune di Classicismo musicale viennese i nomi di riferimento sono presto fatti: Haydn, Mozart e Beethoven. Si dimentica spesso, però, che accanto a queste tre colossali figure, in un certo senso tre declinazioni diverse di una stessa concezione estetica della musica, vi sono una pletora di nomi meno noti ma che nella loro epoca non hanno avuto meno successo o sono stati meno prolifici. Uno di questi è il fratello dello stesso Franz Joseph Haydn, Michael, un compositore che, a ben vedere, non ha prodotto musica di valore sempre così inferiore rispetto al suo fratello più famoso. Le ragioni di questa posizione cadetta sono molte, ma forse la principale tra esse è la scelta di vita che i fratelli operarono dopo un’educazione musicale quasi coincidente. Franz Joseph decise di tentare la fortuna e incrociò la strada della famiglia Esterhazy, che gli mise a disposizione una formazione orchestrale di livello eccelso. Michael scelse di fare il Kapellmeister a Salisburgo per 53 anni, componendo senza sosta ma anche senza il clamore necessario per superare il severo filtro della storia.

Il principale testimone del valore di Michael fu proprio suo fratello, che non esitò ad affermare che, almeno nell’ambito della produzione sacra, il più giovane Michael gli era superiore per ispirazione e controllo formale, a fronte di una magniloquenza, quella di Joseph, che avvinceva e serviva egregiamente i suoi committenti ma non brillava per equilibrio e spiritualità. Nella forma del concerto, invece, il primato resta da assegnare. Con il Duo Concertante per viola ed organo oggi in programma ne abbiamo una prova. La paternità del lavoro è certa, di Michael, ma se per errore il nome proprio del compositore fosse stato Franz Joseph io credo che nessuno avrebbe avuto da ridire, visto che i concerti solistici di quest’ultimo non sono certo l’ambito migliore della sua produzione (sulle sinfonie questo discorso non avrebbe senso né luogo).

Il Duo è un lavoro di ampie dimensioni e formalmente molto equilibrato. A dispetto di un accostamento coraggioso (viola ed organo, due strumenti fortemente eterogenei), Michael ha scelto la strada della scrittura idiomatica piuttosto che della fusione. I due strumenti espongono un materiale melodico ben plasmato sulle peculiarità di ciascuno, lo scambio tra i due è frequente ma ognuno resta ben ancorato alla propria natura. L’orchestra è un grande contenitore che non fatica ad ospitare i solisti e si configura come sfondo nei soli ma anche come solida protagonista nelle introduzioni o nei “tutti” che intervallano gli episodi solistici. Il risultato è un brano di forte equilibrio e di freschezza nell’inventiva melodica. La forma che contiene ed ordina l’enunciazione del materiale musicale è solida ma non ingessata. Davvero è difficile in questo brano formulare un giudizio di valore netto che permetta di porre i due fratelli in posizione subalterna l’uno rispetto all’altro se non i dati anagrafici.

 

Quando si parla di “corale” in ambito musicale la prima cosa che viene in mente è l’ampio corpus di canti della tradizione luterana (quindi di area tedesca), armonizzati appunto di solito a quattro voci da affidare ad un’assemblea o ad un coro a voci miste. Oggi però abbiamo davanti a noi un compositore di cultura francese ed un’orchestra. Il mistero si svela rapidamente: della natura originale del corale è rimasta l’idea di una melodia armonizzata, della Germania è rimasta l’arte e l’inventiva armonica e di condotta delle parti, il coro si è trasformato in un organo e l’organo è fiorito in un’orchestra. Siamo lontani dalle origini? Niente affatto! Siamo di fronte ad una delle vette del Romanticismo musicale europeo e di fronte a due opere d’arte che non temono trascrizioni o traduzioni.

Partiamo dall’ultimo passaggio, dall’organo all’orchestra. Niente di più immediato se si pensa che l’organo è, tra gli strumenti musicali, quello dichiaratamente più sinfonico. Decine di timbri ed altrettante decine di combinazioni timbriche, se non centinaia. Cambi timbrici e scarti dinamici come solo un ensemble ampio come un’orchestra possono produrre, sovrapposizioni di suoni, mutamenti fluidi o improvvisi, un mondo sonoro (quello dell’organo) che trova nell’orchestra una sua esplicitazione e quindi, in qualche modo, un’amplificazione del tutto legittima.

Franck è un compositore belga ma oggi, a tutti gli effetti, riconosciamo il suo ruolo centrale nella cultura musicale francese sia dal punto di vista della produzione artistica che da quello didattico. Se le sue origini furono in qualche modo tradite in favore di Parigi (a metà Ottocento Parigi era una capitale musicale non meno di Vienna), la sua cultura è invece europea. La Germania di Bach ma anche quella contemporanea, di Liszt e Wagner, vengono studiate ed assorbite da una mente musicale, quella di Franck, caratterizzata da un’ampiezza di vedute assimilabile a quella di Bach, l’altro immenso organista della storia della nostra musica.

Ed ecco che entra in scena il Corale, una forma musicale ben connotata ma dai confini affatto netti e pregna di possibilità di espansione e di crescita. Abbiamo la melodia del canto, una sequenza ritmicamente elementare e dalla semplice intonazione, adatta ad un’assemblea non necessariamente alfabetizzata dal punto di vista musicale. Abbiamo poi l’armonia che deve vivificare la melodia, e qui interviene il genio di Franck, un compositore che dedica a questa forma una delle sue più tarde realizzazioni artistiche (i Tre Corali, di cui oggi ascoltiamo gli ultimi due, saranno scritti poco prima di morire e pubblicati postumi). L’armonia è il vero regno di Franck, ed essa prende il sopravvento sulla melodia stessa, al punto che il processo armonico, in entrambi i corali, precede di parecchio l’enunciazione stessa della melodia di base. Ed infatti non è più una base ma uno scheletro di intervalli musicali che viene alla luce solo dopo aver proceduto ad una sorta di scarnificazione del tessuto musicale.

Dov’è il genio di Franck? È proprio là a disvelarsi mentre cerchiamo una melodia a cui aggrapparci, mentre i nostri sensi vagano alla ricerca del materiale musicale più primordiale che ci sia, ovvero il canto. Ma sono le vesti stavolta a fare il monaco. L’armonia, densa e complessa, è il significante. Franck, dopo averci mostrato forma e contenuto, ci impone l’abbandono, ovvero ci chiede di lasciarci andare guidati dalla sua sapienza musicale e di affidarci alla sua luce. Finiamo per perdere ogni punto di riferimento e l’armonia diventa un processo evolutivo direttamente connesso alla psicologia di chi ascolta. Di fronte a tanta dovizia di materiale, ognuno di noi si trova inconsciamente a selezionare la voce da seguire, che sia il grave pedale (base di ogni armonia), che sia la parte più acuta e quindi più esposta, che sia una delle molteplici voci interne che si inseguono senza sosta, a formare conglomerati di accordi. E qui, se ci concentriamo sulla successione di armonie, incontriamo tutto il genio di chi ha passato una vita sull’organo e sull’improvvisazione estemporanea: gli accordi, intesi come unità di suoni simultanei (visione verticale), non sono così interessanti. Ciò che ci avvince e tiene sempre viva la nostra attenzione è invece la giustapposizione di armonie ed i sottili fili che collegano ciascun accordo. Nel tessere questa trama (nell’orchestra forse meglio percepibile che sull’organo!) Franck è psicologo, perché conduce il gioco sapendo bene quanto rendere visibile il proprio sentiero analitico e quanto rendere oscura la propria strategia. Di certo il compositore non aveva alcun interesse “terapeutico” ma siamo pur sempre di fronte ad un uomo che ormai ha davanti a sé più esperienza che prospettive, e che è abituato a confrontarsi con i paletti accademici, rispettandoli ma anche provocandoli andando a mettere le mani proprio lì dove essi si fondano. Franck, però, non è nel 1890 un compositore che pensa necessariamente alla morte. È, sì, anziano, ma nulla lascia presagire che uno scontro con un cavallo in strada a Parigi possa provocargli una pleurite che lo condurrà alla morte e ci impedirà di vedere dove lo avrebbe condotto la sua sfida a quelle regole che per un’intera vita aveva insegnato in Conservatorio.

Andrea Cavuoto



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