TEATRO DAL VERME
La stagione
Incontro con il pubblico 

Il Colore della Musica: 4 Conferenze a cura di Paolo Bolpagni



Beethoven emblema del genio romantico nell' arte.

NOTE

Il colore della musica

 

Il tema dei rapporti tra musica e arti visive ha conosciuto negli ultimi decenni una rinnovata fortuna critica e storiografica, spesso assurgendo al rango di vero e proprio fil rouge del dibattito culturale. Parallelamente, nella produzione creativa, sono fioriti non pochi casi di sconfinamento statutario, contaminazione e ibridazione linguistica.

 

Del resto, si tratta di parallelismi che rimontano a tempi lontani, quasi ancestrali: risale assai addietro, per esempio, il tentativo di tradurre pittoricamente effetti musicali o di individuare una precisa corrispondenza fra arti diverse: addirittura, già nelle antiche culture dell’India e della Cina era ben nota la possibilità di coordinare colori e suoni, così come, nell’àmbito della nostra tradizione europea, potremmo citare Platone e Pitagora.

 

Non si può prescindere, inoltre, dal caso dei termini musicali che rimandano all’area semantica delle sensazioni visive anziché acustiche: mi riferisco in particolare alle espressioni che afferiscono etimologicamente all’area dei significati concernenti il colore: in primis, proprio alla parola latina color, con cui nel XIII secolo si indicava l’ornamentazione di una monodia per mezzo di abbellimenti, oppure l’imitazione di una frase melodica che le voci polifoniche si scambiavano ripetendola. Lo stesso termine, poi, passò a indicare, nella pratica contrappuntistica del mottetto tre e quattrocentesco, un procedimento compositivo consistente nell’esecuzione simultanea di una medesima melodia, ma con valori ritmici diversi, da parte di due linee polifoniche. Un altro termine musicale affine nell’etimo è quello di coloratura (che rimanda allo stile del belcanto italiano), con il quale si designò, tra l’inizio del XVIII e la metà del XIX secolo, l’ornamentazione virtuosistica di una melodia vocale, scritta dal compositore stesso o demandata all’improvvisazione del cantante. Più raro è l’utilizzo della parola colorito, che denomina un’indicazione espressiva riguardante il fraseggio, la dinamica o l’intensità, la cui realizzazione è affidata principalmente all’intelligenza e alla sensibilità dell’interprete. Inoltre, pensando a locuzioni come “colore orchestrale” o “cromatismo”, va preso atto del diffuso e collaudato costume verbale di utilizzare, nel riferirsi al sistema musicale, aggettivazioni che partengono alle arti visive, e viceversa.

 

Il ciclo di quattro conferenze che accompagna la 73ª Stagione sinfonica dei Pomeriggi Musicali è ideato in stretta correlazione con essa. L’obiettivo è stato di individuare temi che potessero legarsi nella maniera più stringente possibile ai programmi dei concerti, in corrispondenza anche cronologica con essi. Così, in occasione dell’esecuzione della versione orchestrale dei Quadri di un’esposizione di Modest Musorgskij, non si può non riferirsi a Vasilij Kandinskij e all’età delle avanguardie storiche dei primi decenni del Novecento (Quadri di un’esposizione: pittura e musica nell’età delle avanguardie storiche – 12 ottobre, ore 18:00).

 

In effetti, tra gli artisti del gruppo del “Cavaliere azzurro”, costituitosi a Monaco di Baviera nel 1911, era forte l’interesse per i paralleli sviluppi della musica, nelle sue espressioni più libere e visionarie. Nel loro “Almanacco” apparvero composizioni di Berg e Webern, e trovò grande attenzione Skrjabin. Famoso, poi, è il rapporto tra Kandinskij, protagonista del movimento, e Schönberg, il cui linguaggio atonale spinse l’amico verso l’“invenzione” dell’astrattismo. Meno noto, ma altrettanto significativo, è che l’artista russo, il 4 e l’11 aprile 1928, mise in scena al Friedrich-Theater di Dessau, su invito del regista Georg Hartmann, uno spettacolo basato sui Quadri di un’esposizione di Modest Musorgskij, di cui non soltanto disegnò la scenografia, ma curò anche la regia. Come il compositore si era ispirato a sedici acquerelli del pittore e architetto Viktor Hartmann (1834-1873), traducendo le immagini in musica assoluta, così a sua volta Kandinskij realizzò analogie figurative, seguendo con forme colorate mobili e con giochi di luce il movimento melodico e armonico.

 

Con l’eccezione di due quadri – Samuel Goldenberg e Schmyule e Limoges, il mercato – l’intera scena fu risolta in termini “astratti”. La seconda tappa di questo percorso (Paul Klee tra musica e arti visive – 11 gennaio, ore 18:00) è correlata al concerto in cui è programmato l’Adagio e Fuga per archi in do minore, KV 546, di Wolfgang Amadeus Mozart, compositore prediletto da Paul Klee (Münchenbuchsee, Berna, 1879 - Locarno, 1940), che tentò di rendere visivamente la nozione di polifonia e la forma della fuga. L’artista svizzero, prima di diventare uno dei massimi pittori e disegnatori del Novecento, fu a lungo indeciso tra l’intraprendere questa carriera oppure quella musicale. Violinista di livello eccezionale, tale era la sua padronanza dello strumento che, all’età di soli undici anni, fu cooptato quale membro straordinario dell’Orchestra municipale di Berna. Anche dopo aver compiuto la propria definitiva scelta professionale, continuò sempre a suonare gli amati Mozart e Bach con e per amici e parenti, e soprattutto restò un assiduo frequentatore di teatri e sale da concerto, tanto che, per un certo periodo, si mantenne scrivendo recensioni di melodrammi e spettacoli per giornali e riviste. La musica, insomma, non fu mai, per lui, un semplice passatempo, un interesse hobbistico: a nessun altra forma d’espressione estetica Klee dedicò tanto spazio e attenzione nelle lettere e nei Diari. In particolare, nella sua produzione artistica e riflessione teorico-didattica rivestono un forte significato gli elementi della temporalità, del ritmo e della polifonia, trasposti in termini grafici e pittorici con risultati sorprendenti.

 

Facciamo un passo indietro, dal punto di vista cronologico, con la conferenza dedicata alla “pittura wagnerista”, collocata in prossimità dell’esecuzione dell’Idillio di Sigfrido (La pittura wagnerista – 22 febbraio, ore 18:00). Storicamente è fenomeno alquanto raro, se non unico, che l’attività e il pensiero di un compositore abbiano ispirato la nascita di una tendenza o di una corrente delle arti visive. Ma è quanto accadde a Richard Wagner, la cui influenza sulle espressioni figurative – oltre che letterarie e musicali – dell’Europa degli ultimi decenni del XIX secolo fu enorme. Un preciso filone pittorico basato sui personaggi, sulle situazioni e sulle atmosfere dei drammi wagneriani risale agli anni Sessanta dell’Ottocento (con Michael Echter a Monaco di Baviera e Henri Fantin-Latour in Francia) e proseguirà, per esempio, con il ciclo degli oli dedicati da Hans Makart all’Anello del Nibelungo. Però sarà dopo la morte del compositore nel 1883 che si svilupperà una vera moda iconografica, e che il critico Teodor De Wyzewa, sulle pagine della “Revue Wagnérienne”, periodico parigino attivo dal 1885 al 1888, teorizzerà l’esistenza di un’autentica “pittura wagneriana”, originata dall’elevazione a simbolo della figura del Maestro e basata sulla sua dottrina estetica.

 

Nemmeno l’Italia ne fu immune, ma anzi vide fiorire l’opera di artisti come Mariano Fortuny e Lionello Balestrieri, che consacrarono una parte cospicua della propria produzione ai temi wagneriani. La chiusura del ciclo di conferenze è incentrata sulla figura di Ludwig van Beethoven, trait d’union dell’intera Stagione sinfonica 2017-2018 dei Pomeriggi (Beethoven emblema del genio romantico nell’arte – 3 gennaio, ore 18:00). Lo scopo è di mettere in risalto la fortuna iconografica della sua ritrattistica soprattutto nel periodo a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quando il compositore tedesco divenne emblema del genio romantico tormentato e in lotta con il proprio tempo. Da Klinger a Bourdelle, da Grandi a Balestrieri, da Costetti a Giordani, nell’arte di fine Ottocento e inizio Novecento Beethoven fu il prototipo per eccellenza del musicista titanico e maledetto, incompreso, terribile nell’aspetto e nell’espressione cupa e pensierosa. Un percorso tra alcuni dei suoi più significativi ritratti dell’epoca consente di avvicinarsi in maniera originale al personaggio Beethoven, che, nell’immaginario fin de siècle, calato in una cultura tardo-romantica, è riletto in termini sovreccitati e fremebondi.

 

Paolo Bolpagni Curatore degli incontri

 

 

Paolo Bolpagni

 

Paolo Bolpagni ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia dell’arte contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nell’aprile 2010. Nel 2007 ha trascorso un periodo di studio alla Ruprecht-Karls-Universität di Heidelberg. Docente all’Università Cattolica di Brescia a partire dall’ottobre 2010, insegna Storia dell’arte contemporanea all’Università degli Studi eCampus, dove è stato titolare anche del corso di Organizzazione di eventi e ufficio stampa. Tiene inoltre un corso di Rapporti tra arti visive e musica nella contemporaneità nell’ambito del master Soundart - Sound design for art and entertainment in the creative industries, promosso dal Politecnico di Milano e dall’Accademia di Belle Arti di Brera. Dal giugno 2016 è il direttore della Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti di Lucca, di cui è stato in precedenza componente e poi presidente del comitato scientifico. È inoltre membro dei comitati scientifici della Fondazione Anna Kuliscioff di Milano e del Centro studi Paolo VI sull’arte moderna e contemporanea di Concesio (Brescia), del quale è stato direttore dall’ottobre 2008 al giugno 2011 e poi di nuovo dal gennaio 2014 al dicembre 2016 (in questa veste ha curato il nuovo allestimento del museo Collezione Paolo VI - arte contemporanea, inaugurato nel 2009 dalla visita di papa Benedetto XVI). Sul versante museologico, è stato anche ideatore e co-curatore del progetto di valorizzazione del patrimonio della Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, posto in dialogo con capolavori provenienti da grandi musei internazionali nella mostra in tre episodi Rinascimento, svoltasi nel Museo di Santa Giulia dal settembre 2014 all’aprile 2015: tre esposizioni-dossier in rapida successione, realizzate con il coinvolgimento di insigni studiosi degli artisti trattati e legate da un fil rouge secondo una formula innovativa: prima Giorgione e Savoldo, poi Fra’ Bartolomeo e la sua bottega, infine Raffaello. Ha all’attivo decine di libri, cataloghi e saggi, pubblicati per case editrici come Skira, Marsilio, Allemandi, Peter Lang, Vita e Pensiero, Silvana, Mazzotta, Electa Mondadori. I suoi principali campi di ricerca scientifica sono: i rapporti tra musica e arti visive nel XIX e XX secolo; l’arte italiana ed europea tra fine Ottocento e inizio Novecento (compresi gli aspetti della grafica e dell’illustrazione); l’astrattismo internazionale, fino agli esiti cinetici e programmati; l’arte italiana e francese degli anni Cinquanta-Sessanta (Lucio Fontana, Giuseppe Capogrossi, François Morellet, Mario Ballocco, Alberto Burri, Bruno Munari…), anche nelle sue relazioni con il design; le ‘partiture visive’ e le ricerche verbo-visuali delle neo-avanguardie; i rapporti fra l’arte e la dimensione del sacro nel Novecento. Scrive per importanti riviste specializzate, tiene numerose conferenze ed è attivo come curatore di mostre in Italia e all’estero in sedi prestigiose, collaborando con istituzioni come Palazzo Fortuny e la Peggy Guggenheim Collection a Venezia, il MACRO e Villa Torlonia a Roma, la Fundación Loewe a Madrid, il Museo del Risorgimento e la Galleria San Fedele a Milano, il Museo del Violino a Cremona, il Museo di Santa Giulia a Brescia. Dal settembre 2016 è il direttore responsabile della rivista “LUK. Studi e attività della Fondazione Ragghianti”. Collabora con la casa editrice tedesca De Gruyter per la redazione di voci enciclopediche dell’Allgemeines Künstlerlexikon. È stato invitato come relatore a convegni, seminari e giornate di studio dalle seguenti istituzioni: Politecnico di Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore (di Milano e di Brescia), Istituto di Scienze Militari Aeronautiche di Firenze, Università degli Studi di Cagliari, Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma, Università degli Studi di Genova, Università degli Studi di Brescia, Galleria d’Arte Moderna di Verona, Sapienza - Università di Roma e Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, Accademia di Belle Arti di Carrara, Accademia di Belle Arti di Brescia SantaGiulia, Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci di Perugia (dove ha tenuto la prolusione per l’apertura dell’anno accademico 2011-2012), Conservatorio di musica Giuseppe Verdi di Milano (dove è stato moderatore della giornata di studi La sinestesia da Skrjabin alla Visual Music e alla Sound Art, svoltasi il 7 ottobre 2016). Ha preso parte a progetti di catalogazione delle collezioni d’arte dell’Ottocento e del Novecento della Pinacoteca Ambrosiana e delle Gallerie d’Italia di Piazza della Scala a Milano. Dopo alcune esperienze giovanili nel campo dell’organizzazione di concerti e spettacoli, dal giugno 2011 al novembre 2014 è stato presidente dell’Associazione Amici della Scuola di Musica Santa Cecilia, ente organizzatore delle rassegne musicali Festival Antegnati e Itinerari organistici bresciani; attualmente ricopre il ruolo di vicepresidente. È uno dei primi storici dell’arte a usare ampiamente i nuovi media per la divulgazione: nel 2011 ha creato il canale YouTube “Regola d’arte”, realizzando, fino al 2015, venticinque video in cui ha raccontato l’arte, i suoi protagonisti, i movimenti e le tendenze in puntate della durata di pochi minuti (a tutt’oggi il canale ha totalizzato oltre duecentocinquantamila visualizzazioni da più di cento paesi del mondo). Attivo anche come critico d’arte, ha presentato o curato molte mostre di artisti contemporanei, come Mirco Marchelli, Gabriella Benedini, Nicola Carrino, Umberto Mariani, Raul Gabriel, Nelio Sonego, Filippo Minelli, Margherita Serra, Aliza Olmert, Giuliano Giuman, Raffaella Formenti, Albano Morandi, Marco La Rosa, Giovanni Lamberti, Nicola Evangelisti, Josh Hadar, Günter Umberg. È il vincitore del Premio Sulmona 2013 per la storia dell’arte; è stato finora il più giovane vincitore nella storia ultraquarantennale del Premio, già attribuito a studiosi come Enrico Crispolti, Maurizio Calvesi, Luciano Caramel, Rossana Bossaglia, Denis Mahon e Gillo Dorfles. Nel febbraio 2017 è stato nominato per acclamazione accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci di Perugia.

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